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Tram-track-crack

20 maggio 2012

Domenica pomeriggio, dita registrate sgambettano sui tasti di un pianoforte. Atmosfere da balera girano in testa, al riparo dalla pioggia, sotto il gran tendone del cranio, come carta di riso e cellophane. I ballerini in coppia emettono sudori e fiati a doppia potenza e pompa di calore, si condesano sopra le loro teste e sotto il tendone, gli arricciano i capelli, gonfiano la messa in piega, poi la appiattiscono lucida e collosa, piovendogli addosso. Rivolgono i palmi verso l’alto, a sentire le gocce che cado, aprono le bocche, indecisi se sbuffare e bere. Poi se ne vanno, tutti insieme, tornano a casa e io esco dalla mia, per vedere com’è fuori, senza muovermi dalla sedia. Indietro, di un paio di giorni. La musica si ferma, le dita riavvolgono i loro movimenti, parole chiave come chiavi d’accesso alla memoria.

Tram. Persone. Osservazione panoramica. Movimenti ad angolo piatto del collo per cogliere la multidimensione di movimenti e volumi, da destra a sinistra Lo spostamento è statico, sul sedile, segue le triettoie mtalliche dei binari, senza possibilità di deviazione. E’ lì che si deve posare lo guardo. Il filtro del finestrino appanna la vista, trasformandola in visione.

All’uscita della metro LANZA fermata LANZA, linea verde, un ragazzo e una ragazza si salutano, frontali come specchi e riflessi. Esitano un attimo, prima di avvicinarsi, stringersi la mano, abbracciarsi, baciarsi sulle labbra.Dev’essere il loro secondo incontro a generare il primo imbarazzo. Poco distante, un uomo anziato incrocia le mani dietro la schiena, scvolando in una postura da sgabello, il bacino che sporge in avanti, le ginocchia piegate, i piedi a triangolo. Resta lì, mentre il mondo gli si muove attorno. Masse scolastiche attraversano la strada senza guardare, ancora convinte che i colori inducano a rispettare gli ordini dei semaori. VERDE vai, ROSSO ferma. Qualcosa di terribile potrebbe accadere a ognuno di loro, e sicuramente accadrà. Il sole resta immobile, all’incirca, come il vecchio, nuvole gli passano davanti agli occhi, senza neanche una piega. La girandola umana continua a girare, senza restituire un soffio di vento, né ricordi. Tutto scivola, il database risulta incosistente: pochi dati sparsi a cui dare interpretazione, nessun profilo completo, a parte la dimensione sociale. Quella personale, estinta. Poi torna qualche ricordo, un frammento, ormai levigato e irriconoscibile. Non c’era mica la funzione colori vividi nella macchina fotogrtafica? Le scie degli aerei disegnano rette insensate nel cielo di gesso. Poi in un vicolo una coppia si bacia, senza appoggiarsi al muro, troppo sporco, davvero. A separarli dal contatto, altri muri, invisibili. E passeggini che sfrecciano nelle vie principali, passando in sequenza nei monitor delle grandi vetrine. Mi sbaglio o tutti hanno alzato i prezzi, prima delle offerte speciali? L’unica via del risparmio, è NON COMPRARE.

Sacchetti di carta sbatacchiano e frusciano su collant color carne 7 denari, pubblicità ambulanti trasportate a mano, le mani poi chiuse, come lo sguardo, quando non vengono chiesti soldi, ma qualche informazione Scusa, è di qua per il Duomo? in italiano stentato. Fortuna che in piazza cordusio si svolgono eventi esotici per spingere prodotti globali, così che si a possa apprezzare ciò che è straniero, sottoforma di costumi arancioni, e copricapo di piume. Guardo indietro, mentre la prospettiva si allontana: un uomo è chino davanti a una ragazza seminuda, il posteriore discinto coperto da un telo/camerino ambulante. Le sistema il vestito da Carnevale di Rio, mentre lei sbuffa sui tacchi, tenendo ben in alto broncio e gli ornamenti di plastica e oro. La gente neanche la vede, passando.

Bande di impiegati si dirigono a passi lunghi verso altari a bancone, per celebrare il rituale mojito e sbagliato dell’aperitivo. Una vecchina aspetta sul marciapiede che qualche macchina si fermi e la faccia passare. Il tacco tozzo esita, sull’orlo della strada, correndo il rischio di precipitare in quei 15 cm di baratro, verso l’asfalto. Ragazze distribuiscono volantini, che non volano nemmeno, fino al cestino Che fine hanno fatto gli aeroplanini di carta? Restano a terra, cadaveri calpestati con indifferenza quali cadaveri? è morto qualcuno? è una tragedia! bisogna parlarne! Scorrono lacrime calde, dietro gli occhiali da sole. In sottofondo, note stridenti di frenate e sterzate e lamenti. Il lutto cittadino, deriso da qualche straniero e due ragazzi, che sorridono guardando negli occhi, e fuori, dai finestrini, verso le strade, oltre mura e circonvallazioni. Siamo quasi arrivati. Non vogliono sapere né cosa, né quanto manca?

Cravatte allentate del venerdì pomeriggio penzolano come lingue stanche e cani ansiosi giochi, le zampe sempre troppo grandi, pronte a spingere pedali e pedate nel culo di chi capita a tiro. Smartphone alla mano, passeggeri e passanti riducono la dimensione tattile dell’uomo, cancellano ad ogni tocco/scorrimento/pressione sul display la voce del verbo afferrare. Gli sguardi non si colgono, sono già a terra.

La metropoli nel deserto

14 maggio 2012

Era mancata per molto tempo, la corrente. Lei sembrava immobile, sul divano, i movimenti impercettibili nell’oscurità. Nel calo i tralicci dell’elettricità erano sprofondati nella sabbia, in mezzo al deserto, i cavi spazzolavano il suolo, come corde a riposo, mosse appena dal vento. Il ritmo era latente.

Quando i led illuminarono porzioni circolari di oggetti, i suoi occhi si spostarono fuori dalla finestra, trovando accese le punte dei grattacieli, come lanterne elettriche. L’aria racchiusa dalla cupola di cemento sconfinava nell’illusione della notte, la notte nell’illusione della mancanza di un confine tra terra e cielo. Le ricordava il momento dell’atterraggio a Luxor.

La discesa verso la città era durata – nella sua percezione – almeno metà del viaggio. Ogni agglomerato di luci era “oh, dev’essere Luxor!”, e poi ancora, ancora, ancora, finché la visione non si era fusa in un paesaggio indistinto, sci-volando sotto di lei. Luci verdi rosse blu e gialle brillavano nello spazio, formando costellazioni e nubi terrestri all’incontrario che cos’erano? semafori frantumati in nebulose, incroci lampeggianti dove i daltonici avevano il lasciapassare, dove lo sguardo si rivoltava – in una virata lenta e antigravitazionale – a guardare le macchie di colore proiettate sul retro del cranio Il cranio e l’immensa cupola di cemento non erano forse la stessa cosa? Poi le luci erano diventate sempre più vicine, sfrecciando come comete verso lo scontro, la frenata dell’aereo calcolata per unire terra e cielo nel punto di impatto.

3 notti dopo, ad Assuan – i minareti illuminati come il grattacielo fuori dalla sua finestra – il movimento accidentale degli occhi era affondato nello sguardo del ballerino nubiano, e lei ci era caduta dentro, trovando le stesse luci colorate a lampeggiare a frequenze più alte, il vorticare dei motori a spostare le palme e la sabbia, ma nessuna pista o suolo cui atterrare. Aveva continuato a planare sulla pelle scura e deserta, sospesa per molti giorni lungo il fiume, a sfiorare la lama piatta dell’acqua. Le iridi rosse del ballerino segnalavano la rotta, le due cicatrici angolari sul suo volto le coordinate esatte del coltello e del miraggio.

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18 marzo 2012

il dente che manca al mio sorriso

me lo sono strappato ancora sano

solo per sentire che dalla radice cresce un nuovo nervo

e che il nervo diventa osso

insieme

al giudizio, là in fondo, dove nessuno lo vede

il male a poco a poco spunta

a rimpiazzarlo

Ritenzione lirica

16 marzo 2012

mangiare palline di carta dove ho appuntato ricordi, suggestioni e presagi. Masticarle impastanbole di saliva e poi giù nello stomaco, a sedimentare, al macero! E poi prendere altri folglietti scarabocchiati e stiparli ovunqe ci sia spazio, negli interstizi tra una cellula e l’altra – lo sai che la cellulite è una malattia, proprio come la scrittura? – sotto le unghie, arrotolati nelle orecchie, sottopelle come microchip analogici. rimepire ogni cellula di audio-ricordi e sussurri liquidi inettati in laboratori a cielo aperto da siringhe e clisteri. E poi tenere tutto dentro, finché non macera e diventa concime, il corpo fertile di digestioni, nustrimenti/escrementi, la pelle gonfia così tanto che non sembra poi così distante dal mondo. Tenere tutto dentro, dicevo. E tutto si gonfia, sale il livello fino alla gola, fino a scavalcare i denti, si gonfia di piccoli batteri che battono sul cuore, piccoli battiti che bussano alla porta, che chiedendo di entrare, chiedendo di uscire. e solo quando sarà piena e non ci sarà spazio per altri accumuli o ritenzioni liriche, io mi lascerà andare sul bianco di un cesso o su questa pagina, per liberarmi della mia poeticissima cagata.

Facce oneste

11 marzo 2012

Voglio incontrare visi aperti come panorami collinari naso-zigomo-mento, sorrisi spalancati con labbra a battente da cui filtra sole bianco e denti tra cui scoppiano palloncini. Sguardi trivellati dino al cuore a contatto diretto con coronarie di re poveri, occhi come vetrine senza vetro in cui allungare la mano e prendere, toccare qualcosa di vero senza dover pagare, palpebre come sportelli automatici in cui non serve inserire la tessera, prego, iridi lampeggianti a sangue e guance gonfie di buon cibo e pane strappato a morsi, sopracciglia che disegnano ponti alti di corde sottili e voli di rondini a intrecciarle, rughe come piccoli inchini e applausi e nessuna scusa su palcoscenici epidermici, menti che non mentono né tradiscono quello che per la mente passa, passaggi che disegnano la pelle senza filtro e risate a ganasce aperte, nessun fermo amministrativo al veicolo, nessun divieto d’accesso, solo strada libera e via andare [andare, andare, andare].

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Prigioni di Pixel

9 marzo 2012

non te lo dico, se no mi prendi per il culo. non te lo dico, no, che questa pagina bianca è come stare a 1024xnonmiricordo pixel ci sono altrettanti spettatori, che aspettano a braccia incrociate la mia prima mossa, che sono composti a loro volta da altri n pixel come le conchiglie sono fatte di conchiglie, le forme da triangoli – è per quello che piace tanto la fica? – e le giurie da criminali, tutti bianchi, come occhi a distanza ravvicinata. Squadrati, quadrati. Riusciranno a contenermi? io non me la sono mai cavata bene con gli spigoli, neanche con i miei, soprattutto con i miei, ci vado a sbattere, sempre, nel punto dove fa più male. Un ginocchio, il gomito, l’osso del bacino. Non lasciano tracce, all’inizio, ma diventano viola di rabbia, se per un po’ li trascuro, poi gialli come rose gelose. E alla fine appassiscono anche loro, tornano alla loro terra di pelle, e io torno di nuovo alla pagina bianca, al bianco arcobaleno che non riesco a guardare, che mi fa distogliere lo sguardo perché la luminosità dell’idea è sempre troppo alta per diventare una scritta altrettanto perfetta. Oppure perché potrebbe esserlo, e allora quei pixel bianchi si riempirebbero di nero, del mio, sperma e sangue inchiostro #ffffff, che esce a fiotti, che esce tutto. E a me poi cosa rimarrebbe? Una vena disseccata? E Io poi come potrei sentirmi? Anche io diventerei bianca, bianca come un pixel che si confonde tra milioni, da cui scappare.

Da bambina

9 marzo 2012
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pensavo che gli altri bambini – quelli più piccoli – fossero di plastica o di pezza. Da bambina raccontavo storie a un pubblico di piastrelle azzurre, e credevo agli animali parlanti. Credevo che sei io avessi costruito un castello con i miei Lego, poi dei minuscoli omini con la testa gialla ci sarebbero andati ad abitare. Da bambina credevo che i cattivi fossero solo un’invenzione, cose che si vedevano solo in televisione. Da bambina pensavo che qualsiasi cosa avessi da dare, sarebbe stata buona.

Quindi cosa diresti se adesso – dopo aver tolto il cilindro con una mossa da gran prestigiatore – scoprissi che anche dentro il coniglio che stava dentro il cilindro, non ci sono colombe, ma un groviglio di budella?

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