Room 401 # 1
Le porte dell’ascensore si aprono e tu muovi la testa, per cercare l’aria, per sentire dove andare. Hai gli occhi bendati, e io ti prendo per mano, guidandoti lungo il corridoio stretto, come se già volessi portarti dentro di me. Il tuo passo è sicuro, solo un po’ più lento del solito.
Mi fermo davanti alla stanza 401 e tu appoggi le tue mani ruvide sui miei fianchi, stringendo la carne sotto quel vestito nero che non metto mai, ma che per te sarà l’unico che io abbia mai indossato.
Sei molto vicino ora e mi annusi per scoprire se davvero ho il profumo che avevi immaginato. Io ti offro il collo e sento il tuo respiro, rabbioso mentre mi baci, perché so che ti eccito e che non ti piace cedere il comando. Una scossa mi infiamma la schiena e si scioglie tra le mie gambe, ma rimango impassibile perché voglio osare e aspetto ad aprire la porta: voglio sentire che mi spingi in avanti, che ti spingi contro di me come se volessi sfondare una gabbia, facendomi sentire ancora una volta che sei tu il più forte. Non dici nulla, ma ce l’hai già duro e so che stai pensando a come farmela pagare.La serratura magnetica scatta, e la porta ci lascia passare ammutolita tra le luci che si accendono a comando. Mi aspetto che tu mi sbatta contro il muro, togliendoti la benda, ma non lo fai.
Quando entriamo, la stanza sa di morte. Non di qualcosa che ha smesso di vivere, ma di qualcosa che ancora non ha vissuto. Asettica, immobile, perfetta. Intatta. Vergine. I miei occhi scattano istantanee dell’eternità che sarà quest’unica notte.
Io.
Te.
I nostri occhi scuri.
Le nostre labbra umide.
Le nostre voglie nude.
La nostra passione esplosa.
So già che al mattino niente sarà come era: il legno scuro del pavimento lucido e le lenzuola bianche che non hanno pieghe. Il tavolo ordinato e gli asciugamani piegati. Lo specchio di fronte al letto che mi guarda ammiccante e le tende bianche che drappeggiano dall’alto, pronte a raccogliere il nostro segreto.
Le tue mani ancora non si sono staccate da me. Sento il tuo braccio che fa pressione per girarmi e ti dico: “aspetta”. Ti dico: “fidati di me”. Tu allenti la presa, io mi allontano un po’ e per un attimo vorrei non mi avessi ascoltata, vorrei che mi avessi strappato i vestiti di dosso e mi avessi scopata lì, appena piegata sul letto. E io avrei gridato di rabbia e piacere per il mio dominio perduto, sopraffatto, vinta dalla tua furia cieca come la tempesta. Incerta e incurante di aver chiuso la porta, avrei inarcato la schiena, ti avrei stretto dentro di me, ti avrei spinto sempre di più, fino ad arrivare al cuore, al cervello, all’anima, che torna candida quando vieni con me.
Ma il tuo braccio si stende lungo un fianco, e io sento all’improvviso troppo spazio tra noi, e vorrei tornare più vicino, e stringerti, e cercare un rifugio tra le tue braccia, perché so che lo troverei, ma ho troppa paura di non poterne più fare a meno. Spengo tutte le luci, tranne quella che serve per poterti guardare meglio.
Ti dico: “Stai fermo” e mi avvicino, tremando un po’ sui tacchi alti, perché credo che mi ubbidirai, ma non ne ho la certezza. Avvicino la mia bocca alla tua, solo per farti sentire il mio respiro di tabacco e menta e le tue labbra mormorano un bacio al vuoto e i miei capelli ti accarezzano il collo e tu li annodi con le dita.
“Devi stare fermo” e le mie parole si conficcano nell’aria come un’ascia nel legno e tu abbassi la mano e io maledico la voce che è riuscita a scappare. Le mie dita disegnano la tua camicia e iniziano a slacciare i bottoni, uno per volta, lentamente, come se fossero i fili di una bomba, come se l’improvviso contatto con la tua pelle potesse uccidermi. Sento il tuo respiro sempre più caldo, sempre più violento, furioso ed eccitato mentre scendo: il tuo ventre pulsa come il cuore della terra attraverso la camicia aperta, sudata del tuo desiderio di me, della tua attesa e della tua costrizione.
E per la prima volta oso toccare la tua pelle, liscia e bollente e tu sussulti, tu che sei così forte e io ho paura e sussulto anche io e trattengo un gemito e senza guardare faccio scivolare la camicia sulle tue spalle, sulle braccia, per terra.
Ti guardo e sono contenta di essere stordita dall’eccitazione per riuscire a non cogliere subito la tua forma, la tua consistenza, un’ombra di peluria scura al centro del petto, una cicatrice sul costato, un solco scolpito che dal fianco scende fino all’inguine.
Le tue dita si dimenano cercando di afferrare la mia debolezza, di farmi cedere, di farmi toccare da te. Sai che è l’unica cosa che io desideri.
Il mio corpo si violenta a starti ancora un po’ più distante, mentre accarezzo il tuo cazzo duro sotto la stoffa, mentre lo bacio attraverso la trama e l’ordito, mentre slaccio la tua cintura come la lingua di un colpevole e lascio cadere i pantaloni sul pavimento. Mi inginocchio ai tuoi piedi e ti sfilo le scarpe. Alzi una gamba per volta per liberarti degli indumenti vuoti. Dio come sei bello. I boxer sono come una vela gonfiata dal vento. Infilo le dita sotto l’elastico e tu rinunci dolcemente anche a loro. Sei nudo e io non smetterei mai di guardarti. Ti giro intorno lentamente, come se fossi una scultura, e tu sei ancora lì, immobile, ma mi senti, perchè l’aria che ti vibra sulla pelle ti fa percepire i miei movimenti.
Sono di nuovo di fronte a te e dico: “spogliami” ed è sorprendente come tu riesca a trovarmi subito, senza esitazioni nè inutili deviazioni, proprio come troveresti il tuo corpo. “Ma non toccarmi. Non toccare la mia pelle”, aggiungo in un sussurro. E chiudo gli occhi per essere ancora più te.
Tu mi sollevi all’improvviso per i fianchi come se fossi una bambina e le scarpe con il tacco alto cadono come rintocchi di campane e mi gira per un attimo la testa. Poi afferri la cerniera del mio vestito nero come se fosse l’ala di una farfalla e la fai scorrere e io sento l’aria fredda della stanza che si riposa sulle mie spalle calde. Sulla mia schiena. Sulle mie gambe. E tu sei vicino. Così troppo vicino.
Tu cerchi il pizzo sottile delle mie mutandine, ma non trovi niente, trovi solo la pelle e io che tremo sotto le tue dita, perché non le ho mai indossate. Perché adesso mi hai scoperta. E quando lo capisci per un attimo ti blocchi per decidere a quale parte di te dare ascolto, e il tuo pomo d’Adamo va su e giù come un palloncino tenuto e lasciato da una piccola mano, che gioca con il battito del tuo cuore.
Per un attimo sorridi e un angolo della tua bocca disegna una virgola di compiacimento sul tuo viso, perché in fondo te lo aspettavi da me, aspettavi solo che diventasse vero, aspettavi solo che diventassi tua.
Poi cerchi di slacciarmi il reggiseno e i tuoi polpastrelli mi cuociono la carne come sigarette che brillano di brace quando non lo trovi subito, e io mi lascio sfuggire un gemito, e la mia testa rischia di perdersi per il male che mi fa la mia voglia di te, strusciandosi come una gatta sulla mia spalla. Ma arrivi anche lì, troppo in fretta o troppo presto, e accarezzi il pizzo sottile sopra i miei seni, e i capezzoli emergono come isole nascoste, e il mio respiro ti viene in faccia e le tue labbra restano socchiuse come le pagine di un libro letto troppe volte. I ganci si aprono sotto le tue dita e le spalline inchinandosi cadono e io rimango nuda, con le spoglie delle mie difese abbandonate ai miei piedi.
Ho paura e il battito del mio cuore è talmente veloce che non lo sento più. Trattenendo il fiato, ti prendo per mano e ti dico “vieni con me”.
To be continued…











Apperò ! Bello bello bello
Tnks!
So.
Vibrante come ci si aspetta da te1
Leggerti e’ sempre come guardare una scena dal vvo. Aspettiamo il seguito!!! R.
Tnks!
Spero di finirlo al più presto
So.
Complimenti, molto bello, hai un grande stile. Attendo anche io il seguito.
Tnks tnks…basta però con i complimenti…se no mi imbarazzo!
So.
Ok, niente complimenti da parte mia, ma solo un ringraziamento; l’immagine “,,,i capezzoli ermergono come isole nascoste…” è davvero molto bella.
ciao
Paul
Tnks…pensavo alle isole che ogni tanto vengono sommerse dalla marea…e poi riemergono…
So.