senza scampo – parte X
Sono sceso dal pullman senza meta da neanche tre ore, mi trovo a Tucston, Arizona e sono ancora un motociclista. Entro in un fast food per ingoiare qualcosa, e mentre la cassiera in uniforme gialla e blu mi dà il resto, i miei timpani sono battuti da un “si sente bene signora?” premuroso e perbene. Io mi giro e vedo Destiny che si asciuga la bocca sporca di vomito con una mano, e mi guarda pronta a scattare verso di me per mangiarmi vivo con pochi e feroci morsi. Un capannello di gente le si forma intorno e la cassiera dice “della segatura nell’area tavoli 5 per favore”, lei rialza la testa rossa di collera, mugugna un “sto bene” impastato e acido e tenta di scansare la selva di amorevoli braccia che la stringe. Si guarda intorno per cercarmi, allungando il collo ingioiellato di paccottiglia, ma io sono già uscito senza lei potesse vedermi, nascosto dalla mandria di teste di cazzo che per mia fortuna hanno inconsapevolmente deciso di aiutarmi. Torno alla stazione degli autobus, e tento di nuovo la fortuna.
Sono un uomo con la sindrome di Peter Pan ad Atlanta e Destiny mi insegue per le strade mentre faccio consegne a domicilio di menù ipocalorici, e riuscirebbe a prendermi se un tizio di Scientology non la fermasse per chiederle: “signorina lei è felice?” e notando che evidentemente non lo è, con la pancia prominente fasciata in un abito scadente e strappato, e che evidentemente è anche molto arrabbiata, con il trucco sciolto dal sole che le cola da sotto gli occhiali e la bocca digrignata, lui cerca disperatamente di trattenerla per infarcirle la testa di stronzate, e lei cerca disperatamente di andarsene, mentre io mi sono già disperatamente nascosto nel cestello di una lavatrice a gettoni.
Sono un surfista a San Diego e sto guardando uno spettacolo all’acquario con la mia nuova ragazza monodose e la vedo, dall’altra parte della vasca, vestita di velluto nero tra una folla di famigliole in t-shirt e bermuda variopinti. Quando le orche assassine saltano, spalancando le grandi bocche aguzze io ho l’incontenibile impellenza di andare in bagno e poi a comprare una confezione di carne in scatola in un drug- store fuori città.
Sono un magnate del petrolio a Dallas e sto ritirando uno dei miei ultimi sussidi di disoccupazione e lei è dietro lo sportello con cappello da cow-boy statale. Sono un commercialista a Boston e sto guardando un incontro di boxe e lei sgambetta coperta di lustrini con il cartello dell’ultimo round; sono un jazzista bianco a New Orleans e sto guardando uno spogliarello e dietro il culo in cui sto per infilare una banconota da 5 ci sono la pancia gravida, il sorriso rotto e le lenti scure di Destiny. Sono me stesso a Denver, chiuso nella stessa camera da giorni, esco a prendere una bottiglia di latte per la colazione e quando torno lei è dentro a rifarmi il letto e mettere fiori sul comodino. La guardo dalla porta, poi mi avvicino in silenzio e la abbraccio da dietro. E lei sente il mio odore e pensa davvero di aver vinto, mi struscia addosso i capelli rossi, duri e laccati nella crestina della divisa e inizia a miagolare come una gatta in calore. Ma quando le sparo mezza bomboletta di deodorante alla lavanda negli occhi, spruzzandolo da sotto per farlo andare dietro agli occhiali da sole, urla come un’arpia amputata: “Bastardo! Bastardo! Non ci vedo più non ci vedo più! Bastardo figlio di puttana! Non ci vedo più! Torna qui Herbert! Torna qui!”. E io scappo, lasciando la porta aperta dietro di me.
Il mio pollice querulo invade la carreggiata dell’interstatale e un tizio autoabbronzato con un vestito italiano ferma la sua porche carrera. Appoggia il braccio sul volante nero pelle e dice: “sali amico! Dove devi andare?”. Io rispondo: “non importa” e lui sgasa, riparte, e imbocca l’autostrada per Las Vegas. Il tizio, che dice di chiamasi Lesley, mi racconta che sta andando a Las Vegas a cercare moglie, che ha percepito un segno, che sente che questo è il momento giusto. “Per farsi spennare da qualche stronza intelligente, per farsi ingabbiare da qualche medusa imbellettata” penso io. Sorride con i capelli tirati indietro dal vento e dalla velocità e mi dice, urlando contro l’aria che ci sbatte in faccia: “io credo nel destino. E tu? A volte sembra che non siamo noi a trovare le persone, sono loro a trovare noi!”. Io faccio finta di essere d’accordo, e smetto di ascoltarlo anche se lui continua a parlare per tutto il viaggio. Quando iniziamo a vedere le luci dei casinò è quasi l’alba e passiamo di fianco a un motel abbandonato. Si chiama “Motel Escape” e l’insegna gialla lampeggia ancora, balbettando ricordi che non riesco a riordinare. Io. Destiny. Saliva. Sperma. Sangue. Sesso. L’ultima notte, quella notte. Gli dico: “grazie dello strappo amico. Io scendo qui”, e lui prosegue verso la sue felicità turistica marchiata figa. Guardo l’ingresso prefabbricato del motel e penso: “cazzo”, dico “cazzo” e mi accorgo di essere tornato al punto di partenza.




