senza scampo – parte VIII
Se avessi ancora una famiglia in questo momento starei chiamando mia madre da un telefono pubblico, e le direi che non deve preoccuparsi, perché mi hanno mandato in giro per il paese a sbrigare un lavoro importante. Le direi che avrò una promozione, una volta portato a termine l’incarico. Le direi che volevo farle una sorpresa, ma che mi mancava troppo per non chiamarla. Mentire è nel mio dna, fingere fa parte della mia sana e robusta costituzione da bastardo impenitente. Le mentirei in modo da non farla preoccupare. Le mentirei per non doverle spiegare il casino in cui mi sono cacciato, per non doverle spiegare che il casino in cu mi sono cacciato adesso sta dando la caccia a me. Ma non ho una famiglia e alla fine questa mia nuova vita mi piace perchè non devo render conto a nessuno di cosa faccio quando non sono io. Come un piccolo camaleonte umano mi trasformo, divento nessuno e ingaggio nuove vite, nuovi attori, nuovi personaggi ogni giorno, con rotazione quindicinale, proprio come mi aveva detto John. Non mi guadagno da vivere, campo di 15 diversi sussidi di disoccupazione grazie ai documenti che mi ha dato John. Mi sballo con i soldi dei sussidi che ho grazie ai documenti di John. Per i primi tempi sono talmente esaltato da tutto questo poter far finta di niente che quasi mi dimentico del perché lo sto facendo, che quasi non mi ricordo più né di Destiny e del suo pancione che lievita ogni giorno gravido di sfortune, né di Destiny che mi vuole ammazzare, o che forse e peggio mi vuole sposare. Pace a tutti, sono il vostro nuovo pastore. Mi presento, sono il camionista di passaggio. E poi ancora, salve, sono il personal trainer che vi regalerà un corpo nuovo. Sono l’amico gay che ti consiglia sui vestiti.
Poi un giorno ricomincia tutto, ricomincio a scappare, ricomincio a morire. La vedo, mentre torno al mio motel di metà mese dopo un altro duro lunedì da motociclista passato al bar, a bere birra e giocare a freccette. È in punta di piedi, con i capelli rossi sbiaditi che le coprono la faccia, con quell’ombelico troppo sporgente che spunta da una camicia annodata in vita, la vedo mentre rovista nella spazzatura della mia camera, ammonticchiata fuori dalla porta, proprio vicino alla caddillac rosa del ’57 che era sua. Immobile, con le braccia incrociate e le gambe larghe, rimango a guardarla mentre fruga, geloso della privacy di tutti i miei me. Con la punta delle dita tira fuori un naso in lattice, brandelli di una tunica da Hare Krishna che ho tagliato per farne un vestito hippy e un groviglio di ciocche posticce da dark. Ma non la riconosco subito, così sfatta, così incinta, e prima di accorgermi davvero che sia lei, urlo: “che cazzo fai stracciona?”. Lei gira la testa con lo scatto di una ghigliottina, e solo dopo che ho visto i suoi occhiali da sole penso “cazzo”, dico “cazzo” e inizio a correre. Non penso che lei doveva avere un paio di chiavi di riserva della macchina e che ora sgomma dietro di me, che ora mi insegue e sta cercando di investirmi. Penso solo a correre più veloce che posso sotto i miei pantaloni in pelle, sotto il mio gilet in pelle, sotto la paura che mi congela la pelle. Corro, balzo a grandi falcate dalla strada al marciapiede con Destiny alle calcagna che urla “fermati Herbert!”, sempre con Destiny alle calcagna che suona il clacson e sbraita “fermati bastardo!”. E tutte le donne che schivo e che mi sono scopato in questi dieci giorni iniziano anche loro a rincorrerci quando vedono me e sentono un nome che non gli ho mai detto, tutte incinte, tutte farcite di ormoni e di buoni propositi per una lunga vita insieme. E io continuo a scappare, con quest’orda di femmine in preda a una crisi d’isteria collettiva che mi rincorre, che cerca di ghermirmi con i suoi artigli laccati, che fa volare per terra i miei rayban, che calpesta i miei rayban in un krak di tacchi e lenti spezzate. Fortunatamente la maggior parte dei maschi è peggiore di me, e i nuovi amici del me motociclista, vedendole arrivare inferocite davanti al bar come uno sciame psicotico, fanno un cordone, le bloccano, si beccano loro i graffi, gli schiaffi, gli insulti, e io posso prendere al volo un pullman che parte per una destinazione sconosciuta. Da dietro il finestrino insonorizzato del pullman vedo urlare “figlio di puttana”, vedo urlare “bastardo pezzo di merda”, e sento Destiny che grida “ti troverò ancora”.




