senza scampo – parte VI
Quando arrivo da John è quasi buio e il sole sta tramontando dietro il suo magazzino, che sta in mezzo a un grande spiazzo sterrato. È appoggiato alla fiancata del suo furgoncino, tappezzata con adesivi “da John, costumi originali” e fuma una sigaretta. Ha i dread raccolti in una specie di chignon, come se fosse un ballerino fatto di raffia, indossa una maglietta del Tropicana tutta bucherellata e i jeans gli cadono bassi, lasciando intravedere l’elastico cotto degli slip e un ciuffo di peli pubici biondicci e stopposi. Mi guarda da dietro gli occhiali da sole, calpesta la sigaretta con il tacco dello stivale, sputa per terra e viene verso di me allargando le braccia come un Cristo redentore dei senza fissa scopata: “Herbie! Il vecchio Herbie!” e mi abbraccia spalmandomi addosso un odore di aria condizionata e sudore. Sembra ancora più brutto da vicino, mentre mi da pacche sulle spalle e sorride mostrando i denti accavallati. Poi si accende un’altra sigaretta, tirandola fuori da un pacchetto schiacciato e, sputandomi il fumo in faccia, dice: “allora, ti sei cacciato in un bel guaio con una pollastra? Cos’è non ti molla più? Vuole soldi? Fare un figlio?” Io rispondo: “no, quello purtroppo lo sta già coltivando”. Poi mi gratto il mento, sentendo le setole ispide della barba sulle dita e dico accigliato: “mi vuole ingabbiare, John.” Lui mi guarda inclinando un po’ la testa verso il basso, in modo da farmi vedere una metà di occhio dietro le lenti plasticose e graffiate degli occhiali e con le pupille sgranate escalma: “oh cazzo!”. “Entra” mi dice, dirigendosi verso il capannone cadente del magazzino, io lo seguo ed entro nella fabbrica del nuovo me stesso.
Entriamo e un serpente di portagrucce pieno di grucce piene di vestiti si snoda sotto i nostri occhi nella sua pelle di lustrini, flanella, sete e jeans. John sta in piedi di fianco a me, con il mento alto e le braccia incrociate, mi guarda e mi dice “per quanto pensi di poterti nascondere con 3459 nuove identità?”. Io mi avvicino alla roba come se fossi a contatto con una forma di vita extraterrestre e John mi urla: “prendi quello che ti serve, comunque si sconsiglio gli abiti da donna. Potresti attirare l’attenzione”. La sua idiozia non mi sfiora neanche e io afferro quello che mi capita come una scimmia ladra nel mercato di Istambul. Riemergo con un abito da prete che mi strizza il collo e mi fa gocciolare sudore come un dannato e gli chiedo se ha un rasoio elettrico. Lui mi indica uno stanzino scuro con una lampadina che si fulmina quando premo l’interruttore e dice: “sotto il lavandino, nella cesta della biancheria”. Quando esco sembro un buddha cattolico, John scuote la testa in segno di disapprovazione e mi porge due scatoloni di cartone slabbrato: “la selezione dell’esperto” dice ridacchiando, e io rispondo “amen”. Poi diventa serio e continua: “Adesso però devi andare in qualche altro posto. Non voglio che quella ti trovi qui e per fare arrosto te dia fuoco a tutti i miei costumi. Per Dio, anch’io devo campare”. Mi infila tra le mani un pacco legato con lo spago farcito di patenti, carte d’identità, permessi di soggiorno. Dice: “cambia abito ogni giorno, con una rotazione quindicinale, cerca di essere sempre nello stesso posto lo stesso giorno della settimana, dimentica chi sei e, mi raccomando, non smettere di sballarti”. Io lo guardo perplesso e lui mi stringe la mano, mi abbraccia in un’altra delle sue morse nauseabonde e mi dà una pacca sulla spalla da amicone portafortuna. Poi sputa per terra e sorride con una smorfia disgustata che significa “e ora fuori di qui”. Io salgo sull’auto che era di Destiny, e parto verso la mia prima nuova casa provvisoria, sapendo che lei è abbastanza fuori di testa da trovarmi, drogarmi e sposarmi mentre sono svenuto. Penso: “Devo andarmene dal Nevada” dico “ciao Nevada” e schiaccio l’acceleratore.










