senza scampo – parte II
“Vieni fuori Herbert” urla Destiny fuori da casa mia. “Vieni fuori cazzo!” urla Destiny mentre preme l’acceleratore e una nuvola di fumo grigio si alza da quel mozzicone di marmitta dietro la sua caddilac rossa decappottabile del ‘57. “Vieni fuori bastardo!” sbraita Destiny, con gli occhi iniettati di sangue, lacrime e rabbia dietro le lenti nere, mentre il muso della sua macchina rimbalza contro la parete metallica della mia roulotte, che oscilla stordita. Io penso “cazzo, dico “cazzo” e mi affaccio un attimo da dietro l’oblò del bagno, da dietro le tendine di nylon stampate a fiori, da dietro la mia faccia di plastica, e le grido: “Destiny, tesoro! Che piacere rivederti”, cercando di oltrepassare con la voce la barriera plastificata del finestrino. Mentre mi chiedo come diavolo abbia fatto a trovarmi, visto che non ho detto a nessuno dove me ne sarei andato, lei continua a fare l’autoscontro contro la mia dimora di latta, facendo tintinnare i bicchieri nella piccola credenza e dice: “brutto pezzo di merda pensavi di fottermi e andartene, vero?! Pensavi di svignartela e di lasciarmi nella merda da sola, vero? Beh, nella adesso merda ci staremo insieme”. Poi agita al vento uno stick di plastica bianca: “lo sai che cos’è questo? È un test di gravidanza che dice che sono fottutamente incinta, cazzo!”. Io penso “merda” dico “merda” e mi vedo trasformato in un burattino alienato, in un Pinocchio al contrario: intrappolato senza scampo in un Paese dei Balocchi in cui il massimo del divertimento è il tragitto casa ufficio, inghiottito senza via d’uscita nello stomaco claustrofobico di una balena formato station wagon, abusato e soffocato in ogni istinto da un Mangiafuoco in gonnella. Merda. Al mio cervello arriva trafelato un telegramma che dice una sola parola: “scappa”. Il mio cervello si scuote e chiede “come?”. Se va bene questa vuole staccarmi le palle e giocarci a yo-yo. Se va bene questa vuole cavarmi gli occhi e usarli come orecchini. Se va bene questa vuole squoiarmi e fare una copertina patchwork con la mia pelle. Merda. Vedo Destiny che fa retromarcia senza mai smettere di guardare verso di me, barricato dentro il mio panzer a misura di scapolo: ha uno dei suoi vestiti anacronistici da mercatino dell’usato e questa volta è un vestito arancione, aderente e scollato; ha sempre le unghie viola ma ora lo smalto è sbeccato; i capelli sono sempre lunghi e rossi, ma adesso la ricrescita forma una doppia banda castana a ridosso della scriminatura. Mi maschero del mio sorriso più accattivante e cerco di dilatare le pupille, poi mi sporgo e le rispondo: “che dire, ormai pensavo di non rivederti più…comunque congratulazioni! Sono felice che tu abbia voluto condividere questa meravigliosa notizia con me!”. E lei per un attimo si ferma come se le avessero appena fatto uno sgambetto, e rimane lì con le mani sul volante bianco e la bocca semichiusa, tramortita dalle mie parole. Faccio cheese per immortalare il momento, con la bocca bloccata sul mio trentaduesimo bianchissimo dente, e attendo che il flash del suo movimento mi dica se posso ricominciare a respirare. Destiny scuote la testa e si rianima come la marionetta di un orologio a cucù, e mentre si scaglia a tutta velocità contro la roulotte urla, ancora più forte di quanto non abbia già fatto, un “ti odio” prolungato dal vento, spalancando la bocca in una macchia di rossetto tonalità collera. La roulotte si solleva, ricade traballando sulle due ruote e i due blocchi di mattoni, e il piccolo armadietto sopra il piccolo lavello mi vomita addosso tutto il suo contenuto di pillole e saponette al vetiver: io mi aggrappo alle tendine e atterro sul cesso dietro di me, con pezzi di stoffa sintetica tra le mani. Sento di nuovo il suono arrotato della retro e dei sassolini che sbattono sulla carrozzeria della cadillac, poi ancora l’urto delle lamiere e io strizzo gli occhi ogni volta che sento il rumore di un piatto spaccato. Apro il finestrino di uno spiraglio e con un tono agrodolce le urlo: “tesoro, non sarebbe meglio parlarne con calma?”. Per un attimo ci guardiamo, da dietro il finestrino in plastica, da dietro le lenti scure degli occhiali, e io mi stiro la faccia in altro sorriso, quello indulgente e bonario con le fossette ai lati; poi inizio ad allontanarmi, a cercare un’altra trincea dove nascondermi, quando la vedo scendere dall’auto barcollando a piedi nudi sul prato secco. Urla “sei felice per me?! congratulazioni?! Con calma?! Bastardo pezzo di merda è colpa tua!” e inizia a mitragliare sassi, ammaccando le pareti bombate della roulotte, che rientrano come nasi rotti. Ma io sparisco di nuovo dietro il preservativo della mia incolumità e mentre fa il giro della roulotte per arrivare alla porta, lei abbaia altre parole, parole che mi colpirebbero in pieno cuore, se solo potessi sentirle dall’interno, se solo me ne fregasse qualcosa delle conseguenze, delle responsabilità e di tutte le altre cazzate. Lei tira un altro sasso, un sasso che mi colpirebbe in piena fronte, se non avessi appena richiuso la finestra del piccolo soggiorno in radica sintetica. Se potessi imparare, avrei già imparato che è meglio non mettersi contro una donna istericamente gravida e innamorata. Dico: “piccola lo sai che ti amo! Non sai quanto mi sei mancata!”, e lei singhiozza senza piegare la testa, senza smettere di fissarmi mentre esibisce il rumore bianco di dolore davanti a uno schermo di plastica dura: “un gran bel modo di dimostrarlo, mettermi incinta e sparire! Ma tanto so che è solo un’altra delle tue cazzate. È incredibile quando riesci a non essere vero”. Apro il finestrino e dico: “dai, Des, non è come sembra, è che io non mi sentivo all’altezza di starti accanto, Destiny, tu sei meravigliosa e ti meriti di meglio!”. E lei cambia subito tono, di nuovo aizzata dalle mie parole: “ma quante palle! Sei proprio un gran figlio di puttana, sai? Vedrai se non te la farò pagare e non cercare di prendermi per il culo se no giuro che ti ammazzo con le mie mani!” e mi lancia un pezzo di legno da barbecue. Un rastrello da giardinaggio. Un vaso vuoto. Io ribatto con faccia di bronzo, perfettamente consapevole del casino che ho combinato: “ma non è colpa mia, io non c’entro!” e lei “no, bello mio, c’entri eccome. Sei entrato, sei venuto, e adesso qui” e si indica la pancia appena arrotondata, “qui c’è il frutto delle tue azioni, e adesso lo raccogli e te lo mangi, che ti piaccia o no. Hai capito bastardo pezzo di merda?”, e stringe i pugni fino a conficcarsi le unghie nella carne. A sentire la sua voce strozzata dall’ira e dal dolore che pronuncia questa metafora squallida quasi mi viene da ridere, e allargando le braccia in segno di innocenza aggiungo: “e poi, cerca di ragionare, non è detto che sia io il padre!”. Vedo qualcosa che esplode dietro le lenti scure e sento un boato primordiale che mi investe: “tu, tu lurido bastardo senza coscienza mi stai dando della puttana?”. Chiudo di colpo il finestrino e lei si avventa verso l’entrata, forzando e violentando a strattoni e colpi la porta chiusa, e grida: “Pensavi che l’unica cosa da pagare per scoparmi fosse la benzina per arrivare al motel? Pensavi che dirmi che mi amavi e scoparmi non avesse conseguenze?”. Se non fosse tutto vero potrei dire che è un film. Anche se è tutto vero posso dire che lei è una vendicatrice da b-movie assetata di sangue come lo era del mio sperma. La cara Destiny, è così diversa e scomposta ora che si azzuffa con gli infissi della mia roulotte e spreca fiato come una vacca al macello. La cara, dolce Destiny, a vederla ora, proprio non si direbbe che è lei, mentre cerca di lapidarmi, mentre afferra pezzi di nani rotti dal mio giardino provvisorio e me li scaglia addosso come granate.










