Daltonia esistenziale
quando mi sveglio un rivolo di sangue mi sta scendendo sulla fronte. le mie palpebre balbettano nell’aprirsi e la testa mi fa male da impazzire, come se fosse stata il battacchio di una campana che suona. non riesco a dire se la campana suoni a lutto o a festa, così rintronata da parole che non ricordo, da gesti che non so più ripetere, così sconvolta dalla lotta, dai calci e dai graffi, dai piatti rotti in cucina. non riesco neanche a capire se quello che vedo è davvero così, o se è tutto rovesciato, a testa in giù, magistralmente stropiato dal mio occhio per donarmi istanti di ordine apparente. chissà, magari sono in una stanza con le sedie appese al pavimento e il lampadario che si erge dal soffitto, magari i colori che vedo non sono quelli giusti, non so no quelli veri. forse le cose e le persone che vedo attorno a me sono solo il negativo gelatinoso della realtà. mi chiedo se la mia vita stia andando semplicemente storta o se sono io che la sto piegando a forza di una smorfia di dolore. mi chiedo se ho fattto la scelta giusta o quella sbagliata, se la mia vita stia andando avanti o indietro. e, come al solito, non ho una risposta. anche perchè sarebbe inutile. dannoso. uno spreco di tempo e di energie. dicesi ononismo mentale, dicesi fasciarsi la testa prima di cadere. dicesi paranoie di una puttana codarda che non voglio essere più. lo saprò solo poi, quando sarà troppo tardi, quando i frutti saranno già sull’albero che racchiude il mio sangue in piccole gocce di resina. anzi, non lo saprò mai, perchè non vedrò mai cosa protrebbe accadere a quell’albero senza farlo accadere sul serio. senza abbatterlo, incendiarlo, curarlo. un piccolo folletto lurido di terriccio mi sussurra nell’orecchio di bermi un gocetto e appoggiarmi al muro decadendo con una sigaretta in bocca, ad arrovelarmi tutti i piccoli intagli del mio cervello verdastro, che è tanto bello, che è tanto poetico soffrire e marcire, e morire… ma io rimango a terra. sì rimango stesa ancora un po’, ad assaporare tutta la fatica che sto per fare nel rialzarmi, nel raccogliere la mia roba e andarmene via di qui. a spezzare le catene che mi strozzano emozioni, sogni e tutto il futuro che ancora posso vivere dopo aver passato tutta la vita così, a commiserarmi per il mio sadismo autoinflitto, a tastare pezzi di cuore mancante che mi sono fatta rubare. non c’è più nessuno ormai a riempire le stanze, non c’è più nula che mi trattenga qui, ormai. è tempo di andare.








c’è un brano che mi sembra molto azzeccato per questo bel racconto. è dei groove armada, si chiama THINK TWICE e lo canta Neneh Cherry. TRY IT.