Svegliarsi la mattina
La sveglia aveva già suonato una volta e già una volta era stata spenta. Aveva suonato di nuovo, sperando di smuovere dal torpore mattutino quei due corpi stesi distanti, ma che con una mano si congiungevano al centro del letto. E di nuovo, era stata ignorata. Spenta e sola nel silenzio di quella camera, la sveglia aveva deciso di tacere. Di lasciare che le ore li cogliessero di sorpresa, facendoli scattare con un battito di inquietudine fuori dalle lenzuola, con gli occhi sbarrati e la bocca aperta delle marionette. Avrebbero iniziato ad affannarsi, a muoversi in frammenti di frenesia, e avrebbero di sicuro maledetto la notte che avevano appena trascorso trascurando la realtà. Se ne stava lì, lasciandosi illuminare piano dalla luce che entrava dalle fenditure delle tende, già attenuata dal filtro di nebbia che sfuocava la periferia, aspettando quel momento compiaciuta e malevola. Se ne stava sulla pila di libri usati come comodino, nell’immobilità degli specchi senza riflessi, di quei vestiti vuoti e accasciati sul pavimento. Le lancette erano aggrottate sulle 10.10 come sopracciglia inasprite dall’attesa e quel momento arrivò. Lui si smosse appena, mogugnando e avvicinadosi a lei, sentendo che si era scostata per ripiombare nel mondo, fatto di spigoli e lame. Lei era seduta sul letto, ficcò lo sguardo verso la sveglia, socchiuso e ammezzato, che si annichilì di colpo. Si chiese “perchè ?”, guardandolo di nuovo assopito, con il petto ondeggiante tra i respiri leggeri, sotto le lenzuola tiepide. Passò la mano sulla sua testa, increspando i suoi capelli corti, poi sulla guancia puntinata dalla barba un po’ lunga. Lui la guardò con mezz’occhio e le baciò la mano, che strinse nella sua cercando di trascinarla nel sogno con lui. “devo andare” disse, cercando di convincersene a sua volta. “amore” disse, cercando sul suo viso calmo un difetto qualsiasi. “tu dormi” disse, cercando di non invidiarlo, cercando di desiderare l’acqua fredda sul viso, le piastrelle fredde sotto i piedi nudi, l’aria fredda a seccarle la pelle. Mentre si preparava, guardandosi allo specchio con le forcine strette tra le labbra, guardando nell’armadio, nella borsa, si girava di tanto in tanto, a guardare lui che continuava a dormire, nonostante tutto. Poi si rivoltava a bestemmiare la sua vita consumata dai minuti, schiaffeggiandosi il viso con un pennello impolverato di colore. Chiuse la porta della loro camera, irta sui tacchi, spiando lui che dormiva, lui che ingiustamente sognava. Lui che non si svegliava per accompagnarla alla porta e dirle “buona giornata”. “rimani”. “ti amo”. le chiavi girarono nella serratura sferragliando lacrime, e lei scese le scale inalando con rabbia l’odore violento dell’ammoniaca.




